Ciao Alessandro e benvenuto su Ayaaaak. Il tuo nome è legato più che altro al fumetto indipendente, ma leggendo la tua biografia si scopre che il tuo esordio avvenne con Martin Mystère con una storia poi rimasta per anni inedita. Come arrivasti a quel personaggio e come rivedi quella tua prima storia dopo tanti anni?
Ciao Federico e grazie. Ho esordito con due storie di Martin Mystère. La prima,
"La maledizione del blues", era un soggetto poi sceneggiato da altri con il titolo
"Gli uomini del blues". La seconda a cui ti riferisci è "
Le pietre di Carnac", di cui ho scritto anche la sceneggiatura. Avevo vent'anni e
Alfredo Castelli è stato il primo in assoluto a darmi fiducia. Spero che nessuno lo cerchi per chiedergliene conto, ma è stato responsabile del fatto che in seguito ho scritto altri fumetti. Comunque ho lavorato a quelle storie come se dovessero essere più belle di quelle di Castelli. Come le rivedo? Direi che Castelli può dormire sonni tranquilli.
Un esordio quindi su un personaggio già esistente. Visto che successivamente ti sei dedicato principalmente a personaggi tuoi, quali sono state le difficoltà nel farne vivere uno di altri? Sono state queste difficoltà a spingerti verso l'autoproduzione?
Precisamente non mi sono mai spinto verso l'autoproduzione. La
Montego e la
Magic Press erano e sono case editrici. A ogni modo trovo più facile far vivere un personaggio di altri, perché le regole ci sono già, c'è un solco tracciato da seguire, queste regole delimitano e mettono un punto ai ragionamenti. Invece quando creo qualcosa di mio gli elementi sono potenzialmente inesauribili, spesso non ne vedo la fine e quasi mai sono soddisfatto. Nonostante ciò, è un percorso al quale sento che non posso sottrarmi, per cercare di scavare anch'io, in qualche modo, un solco.
La Montego è una piccola casa editrice in cui hai fatto nascere i tuoi primi progetti autonomi e dove il tuo nome ha iniziato a farsi conoscere. Cosa è rimasto di quel periodo?
Mi è rimasta una particolare confidenza con il foglio bianco. Nel senso che avevamo completa libertà d'espressione e in un mondo pieno di condizionamenti, imparare a usare la fantasia è un dono prezioso.
Alla Montego rimangono legati alcuni progetti come Giulio Maraviglia. Su quali basi nacque questo progetto?
L'idea era di realizzare una serie che avesse in sé quella "ricerca del picaresco e antico divertimento delle avventure a fumetti" che recitava uno slogan della Montego. Inizialmente pensavo di scrivere una serie sui misteri di Roma, poi la città ha preso questo aspetto fantastico che mi sembrava interessante, ma collocato nel primo Novecento, con tutto quello che ne consegue.
Tempo fa si parlava di nuove storie in preparazione, poi più niente. Successivamente la Free Books ha ristampato in un elegante volume da edicola tutta la prima storia. E' possibile sperare in nuovi progetti legati al personaggio?
Mi piacerebbe davvero realizzare nuove storie di Giulio Maraviglia, ma finora non se ne sono create le condizioni pratiche per farlo.
Il legame con Carmine Di Giandomenico sembra essere diverso dal solito rapporto sceneggiatore/disegnatore e le vostre storie sembrano nascere insieme. Queste storie nascono attorno ai vostri comuni interessi oppure sono la somma di quelli di ognuno?
Anche se abbiamo interessi differenti, ci facciamo emozionare dallo stesso modo di congegnare una storia. Cerchiamo di puntare l'attenzione sui personaggi e i loro sentimenti, questo in genere è lo scheletro su cui poi montiamo il resto.
Il progetto più ambizioso a cui è legato il tuo nome è però quello de "La dottrina", realizzato per la Magic Press. Dopo l'uscita del terzo volume (che ti ha valso la vittoria del prestigioso Premio Micheluzzi) il quarto sembra farsi attendere. Quando potremo finalmente vedere la conclusione di questa saga?
Il quarto e ultimo volume uscirà in autunno, nel centenario del Futurismo. Questa volta ci siamo davvero.
La lunga attesa tra un volume è gli altri ha comunque permesso di ammirare una notevole maturazione artistica tua e di Carmine. Quanto è cambiato, se è cambiato, il progetto in questo lungo periodo rispetto all'idea originale?
Quando abbiamo iniziato, credevamo di trovarci davanti a un lavoro di un certo tipo, ma poi si è rivelato più lungo e complesso di quello previsto. Con il tempo il progetto è diventato più articolato e siamo entrati sempre più in confidenza con questo modo di lavorare che per noi era nuovo.
Sia Giulio Maraviglia che La dottrina traggono ispirazione da tutti quei movimenti artistici della prima metà del secolo scorso. Un territorio in gran parte inesplorato dal fumetto. Come nascono questi tuoi interessi e quali opere consigli a chi vuole conoscere e comprendere queste tue fonti ispiratrici?
I gruppi di Frigidaire e Valvoline avevano già fatto gran tesoro di quelle avanguardie. Cubismo, Surrealismo, Dadaismo, Futurismo.
Quando ero piccolo, insieme alle favole, mio nonno mi raccontava la sua infanzia, la giovinezza, la guerra. Era un grande narratore. Le sue storie sono stata la mia prima e più fulminante esperienza narrativa.
Le opere che raccontano quelle atmosfere sono migliaia. Teatro, musica, cinema, letteratura, pittura. Qualunque consiglio sarebbe parziale anche solo per avvicinarsi a quei periodi fertilissimi. Da poco ho letto un libro che ho amato molto, "Il fuoco" di Gabriele D'Annunzio. È il racconto della storia d'amore di Stelio Effrena e Foscarina. Stelio è uno scrittore che aspira a un'esistenza impetuosa in cui arte e vita si fondano, Foscarina è una grande attrice tragica e sua musa ispiratrice, che esalta la potenza spirituale e sensuale dello scrittore. Lo stile carico di metafore e visioni con cui è scritto il romanzo, il linguaggio ricco e classico, ma allo stesso tempo anticonformista, questi sono alcuni degli elementi di una più grande suggestione che la prima metà del Novecento esercita su di me.
Entrambi i progetti hanno avuto un buon successo di pubblico. Ma all'inizio non ti spaventava l'andare a trattare argomenti così poco conosciuti dai tradizionali lettori di fumetti. Non hai avuto paura di non avere pubblico per le tue storie?
Generalmente sono più preoccupato di offrire qualcosa di inedito. Sono profondamente convinto che ai lettori della Dottrina piacerebbe leggere le cose più originali possibile.
Gli ultimi anni ti hanno visto all'opera soprattutto in Francia. Cosa è per te lavorare lì, un'opportunità per maturare esperienze diverse, un esilio dorato oppure qualcosa d'altro?
È ed è stato un modo di rivolgermi a un mercato che più o meno realizza fumetti con lo stesso metodo che usavo io.
Una parentesi merita la tua partecipazione a Wondercity, una serie che forse sta passando inosservata in Italia, ma che ha dalla sua parte parecchi spunti. Come sei entrato in contatto con Giovanni Guardoni e cosa pensi del suo modo di intendere il fumetto?
L'episodio numero 5 di
Wondercity è una delle cose che preferisco tra quelle a cui ho lavorato. Giovanni l'ho conosciuto all'inizio dell'esperienza francese. È stato lui a trascinarmi in quella avventura con grande generosità. A lui devo moltissimo, condividiamo la stessa visione del fumetto, veniamo dalle stesse letture e penso sarebbe bello se si accorgesse di Wondercity un editore che avesse davvero voglia di investire sulla serie. I lettori se ne sono già accorti ed è diventato un piccolo cult.
Sono uscite le tue prime storie di Dylan Dog. Come sei arrivato a scrivere per una delle testate principi italiane e come vedi la relazione tra te e Dylan, l'avventura di una sera oppure una relazione destinata a durare?
Credo sia stato un percorso naturale dipeso anche dall'influenza che la serie stessa ha avuto sulla mia formazione. La mia prossima storia è in uscita sul Maxi di giugno e altre usciranno nella serie mensile. In genere mi metto in una relazione facendo di tutto perché duri.
Dopo oltre vent'anni di permanenza ininterrotta nelle edicole, dopo centinaia di storie raccontate da alcuni dei migliori scrittori sulla piazza, dove si trovano gli spunti per raccontare una storia dell'Indagatore dell'Incubo?
Certo le storie sono sempre più difficili da trovare, la percentuale di idee scartate è altissima, ma per fortuna la realtà intorno e dentro di me contribuisce a fornire ininterrottamente storie da incubo.
Nel frattempo nella tua seconda storia, apparsa sul Dylan Dog Color Fest, oltre a ricomporre la coppia con Di Giandomenico è andata a inserire quei temi a te così cari nel mondo di Dylan. Cosa ci puoi raccontare della genesi di questa storia così particolare? Ci sono state delle difficoltà nel farla accettare dalla redazione?
Sono molto grato alla redazione che ha subito creduto nella storia e mi ha permesso di realizzarla insieme a
Carmine di Giandomenico per giunta. Su Dylan Dog ci sono alcune corde che penso sia giusto non toccare perché sono proprie di
Tiziano Sclavi. Spostando la vicenda nel futuro, mi sono permesso di giocare con quei temi che per un Dylan avanti negli anni sono di nostalgia per un Dylan che fu.
Una storia ricca di spunti, un mondo complesso e articolato, un grande lavoro sulla psicologia e sulla storia dei personaggi. Non ti dispiace un po' che tutto questo si esaurisca nell'arco di una storia di sole 32 pagine?
Può sembrare banale, ma mi interessa soprattutto che una storia piaccia, che trasmetta qualche emozione. Non penso che un racconto più breve offra meno possibilità a chi lo realizza e meno emozioni a chi lo legge. Anzi trovo che le storie brevi permettano di concentrarsi di più sul cuore degli eventi, senza perdersi in scene superflue.
La continuità della serie è molto blanda, ma tu dimostri di conoscerne molto bene tutti gli elementi cardine. Pensi di andare a lavorare ulteriormente su questi spunti oppure credi che sia meglio usarli con parsimonia?
Ti ringrazio davvero. Appoggiarsi su spunti già trattati è divertente, ma a volte può essere sintomo di poca ispirazione. Immagino che a un nuovo sceneggiatore si richieda un po' di nuova linfa.
Dopo anni di lavoro ad alti livelli per molti il tuo nome diventerà familiare solo adesso che è legato ad un personaggio di altri. Ti dispiace un po' o credi che dopotutto faccia parte delle regole del gioco?
Sono certo che il mondo sia riuscito ad andare avanti bene anche senza sapere dell'esistenza di Alessandro Bilotta. La collaborazione con Dylan Dog e con la Bonelli mi sta facendo conoscere a un tipo di lettori diverso rispetto a quello dei fumetti che ho scritto in precedenza. È un numero maggiore di persone e molti di questi si stanno interessando anche alle mie storie extra Bonelli, quindi è un'occasione fortunata.
Nel tuo futuro quindi Dylan, ma c'è un personaggio altrui di cui vorresti assolutamente raccontare una storia?
Alan Ford. Penso che abbia aperto una strada che non è più stata percorsa da altri.
Il mondo del fumetto sembra sempre di più un villaggio globale con collaborazioni tra autori di diverse nazioni al lavoro per editori di tutto il mondo. Come vedi questa evoluzione dal tuo punto di vista?
È senza dubbio un bene. Sarebbe una collaborazione più importante e duratura se gli editori fossero interessati anche alla cultura specifica che un autore straniero porta con sé.
Parlando del tuo lavoro. Qual è stata la molla a spingerti a diventare sceneggiatore e quali sono le storie che vuoi raccontare?
Voglio raccontare storie di personaggi e dei loro sentimenti. È stata questa la ragione per cui ho iniziato a scrivere e che all'inizio era inconscia, ma ogni giorno è sempre più chiara.
Quali sono le caratteristiche che secondo te deve avere un aspirante scrittore di fumetti e quali consigli gli daresti?
Lavorare per capire perché si vuole scrivere e, di conseguenza, cosa si vuole raccontare. Sembra un processo scontato, ma invece è un percorso che non arriva mai a una definizione perché ha a che fare con la scoperta di se stessi.