aprile 2003
100 e non più 100
di Freinkie
Dolce Dylan Dog, piccolo come sei, per il mondo tu vai...
Leggendo il numero 100, "La storia di Dylan Dog", qualcuno aveva profetizzato che questo fumetto non avrebbe avuto più nulla da dire.
Quel qualcuno si sbagliava.
Tra i tanti luoghi comuni che condiscono la storia di Dylan Dog, c'è n'è uno molto divertente e assolutamente fuori da ogni logica: tutti i numeri dopo il numero 100 fanno cagare. Opps, scusate, ho detto una parolaccia, non volevo disturbare il vostro sonno eterno con tali vibrazioni negative (e non sto parlando del fatto che da anni tento di emulare Dylan suonando un clarinetto finto). Sto soltanto cercando di venire a capo di questa faccenda, di mettere insieme i tasselli di un puzzle complicato, e devo dirvi la verità, non so se sono in grado di farlo: i puzzle di 16 pezzi sono per me un ostacolo ancora da superare, ma non mi abbatto. Quando uscì "La storia di Dylan Dog", metà della popolazione italiana ebbe un crollo nervoso. Non è assolutamente possibile che un fumetto seriale abbia una fine!! Eppure nell'ultima pagina c'era scritto Fine, quella fine che un lettore non vorrebbe mai vedere scritta, perché quando inizi a leggere uno nuovo fumetto, entri a far parte di un mondo fantastico, grottesco, reale, surreale, un mondo in cui, se riesci a specchiarti soltanto per un attimo, è difficile poi riuscire a dimenticarlo. Quella fine però era posticcia, falsa, probabile come tutto ciò che accade a/in Dylan Dog.
Così Dylan Dog è andato avanti per la sua strada, alternando belle storie a storie meno riuscite, inconsapevole della bufera che di lì a poco si sarebbe scatenata, suo malgrado.
Chissà se esistono le coincidenze, direbbe Dylan, esistono tanti piccoli eventi positivi e negativi, tanti fili che prima o poi dovremo raggomitolare. E se ci va bene il bilancio andrà in pareggio. Tiziano Sclavi, proprio lui, il più bravo di tutti (non dico geniale perché lui non lo sopporta), decide di non scrivere più per Dylan Dog. La delusione dovuta alle scarse vendite di Non è successo niente pubblicato dalla Mondadori, ha provocato in lui uno shock creativo: non è più in grado di scrivere una sola riga, si dice. Non leggeremo più albi come "Memorie dall'invisibile", "Il fantasma di Anna Never", "La bellezza del demonio"... Non ritroveremo più quel senso di paura, di solitudine, di orrore della realtà che le storie di Sclavi sapevano comunicarci. Sclavi è un grande comunicatore: sa cosa dire e sa come dircelo. Poco importa se per farlo utilizza una frase già famosa come il monologo di Rutger Hauer in Blade Runner o la frase di una canzone: il messaggio arriva amplificato e assordante, lasciandoci ogni sfumatura di quell'emozione che avrebbe voluto farci provare. I suoi libri non sono da meno, e nei suoi libri ritroviamo la complicata filosofia che ha contraddistinto anche Dylan Dog: l'amore verso il grottesco, l'umorismo insano di chi vuole prendersi gioco della morte.
Le scarse vendite di Non è successo niente sono imputabili anche e soprattutto alla Mondadori che ha voluto confezionare un libro costoso e non alla portata del pubblico giovane di Dylan Dog. La Mondadori avrebbe dovuto pubblicarlo in un formato economico sin dalla prima edizione. Ma ogni spiegazione non è probabilmente sufficiente per convincere Tiziano a tornare a scrivere, così Dylan Dog è rimasto orfano di padre, in cerca di qualcuno che si prendesse cura di lui.
Il primo ad alternarsi con successo a Sclavi è stato Chiaverotti. Chiaverotti ha firmato albi molto importanti e suggestivi: da "Goblin" a "Partita con la morte", ha saputo interpretare ottimamente l'indagatore dell'incubo tanto da essere definito "Lo zio di Dylan Dog". Sclavi, Chiaverotti, il trio nathanneveriano Serra-Medda-Vigna, Ambrosini, Mignacco, Toninelli, sono soltanto alcuni tra gli autori che hanno contribuito al successo di Dyd. Poi venne la crisi del fumetto. A questa crisi la casa editrice Bonelli, come aveva fatto già a suo tempo con Dylan Dog, reagì con la pubblicazioni di nuove testate. Nacquero tra gli altri Brendon, Dampyr, Gea, Magico Vento, Jonathan Steele, Julia e Napoleone. La serie di Brendon è creata e curata da Chiaverotti, Napoleone è di Ambrosini, Medda si occupa delle sue creature. Ognuno di questi autori è geloso della propria testata e su di esse riversa la maggior parte delle energie. Così, dopo il papà, Dylan Dog perdette anche gli zii. Neanche Remì ha avuto un destino così crudele.
In attesa del nuovo Sclavi.
(Chi è colui così gagliardo e forte, che possa vivere senza poi morire?)
Non prendiamoci in giro! Un nuovo Sclavi non arriverà mai. È inutile e frustrante aspettare qualcuno che non potrà in alcun modo sostituirlo. Volete un epigono? Un clone? Volete rapirlo e riversare le facoltà psichiche di Tiziano in un androide? Dylan sta combattendo, ma non contro la Morte, vampiri o fantasmi, sta combattendo una lotta editoriale contro se stesso innanzitutto, contro tutti coloro che nelle ultime pubblicazioni cercano di ritrovare il solipsismo di molte delle più famose storie sclaviane; e non a caso uno degli albi più apprezzati di questi ultimi anni è "L'eterna illusione": una storia che ci ripropone, dopo molto tempo, un Dylan Dog che si innamora come un liceale e la cui paura lo porta a compiere gesti "irrazionali": il Dylan Dog che fugge di fronte alla possibilità di un matrimonio non è molto diverso da quello che chiede a Bree Daniels di sposarlo. Dylan deve recuperare terreno nei confronti delle nuove testate bonelliane, le quali per vari motivi, possono essere definite, bonellianamente parlando, innovative. Dylan Dog quindi, nonostante abbia sempre i suoi "più di trent'anni", rischia di invecchiare precocemente e perdere sex appeal. Il ricambio di autori in Dylan Dog, ha portato alla ribalta soprattuto Pasquale Ruju, l'autore di "L'eterna illusione", e Paola Barbato, che insieme hanno scritto più della metà delle storie dylaniate di questi ultimi tre anni.
A questo punto possiamo anche dare i numeri. Prendendo in considerazione gli ultimi tre anni di uscite dylaniate (da "La donna urlante" a "Homo Homini lupus", comprese le uscite extra), abbiamo la seguente classifica:
20 Pasquale Ruju
10 Paola Barbato
4 Michele Medda
4 Giuseppe De Nardo
4 Tito Faraci
3 Claudio Chiaverotti
2 Tiziano Sclavi
2 Robin Wodd
2 Luigi Mignacco
1 Mauro Boselli
1 Fabrizio Accattino
1 Stefano Santarelli
Salta subito all'occhio che Ruju e Barbato sono gli scrittori di punta della serie. Forse gli unici veri scrittori di Dylan Dog in mezzo a molte "guest". Questo fatto, sempre a mia modesta opione, ha impoverito la serie. Ogni scrittore ha un suo stile, ha un modo personale di scrivere, e in base a questo anche il personaggio cambia. Così Dylan Dog ha rischiato di diventare un supereroe, mi aspettavo un giorno o l'altro che uscisse fuori da una cabina telefonica in un costume con su scritto DD. Non leggiamo più storie intimiste, tranne qualche eccezione, tra le quali la storia di Ruju che ho citato prima, non ritroviamo il senso della solitudine di Dylan Dog, che si concretizza nei mostri a cui da la caccia. Queste, che erano le fondamenta della serie, sono state piano piano smussate per dar vita ad un Dyd meno complessato, più d'azione, che affronta problemi sociali in larga scala (come il militarismo da paranoia di "Scanners"), o semplici gialli camuffati da gialli paranormali, ma questo anche Sclavi lo ha fatto. Non c'e' più il surreale, il grottesco, l'onirico, questo Dylan Dog è fin troppo realista per i gusti di chi è cresciuto a pane e Sclavi.
Non esiste più il Dylan Dog di una volta, è vero, ma nonostante i luoghi comuni e nonostante la fine sia già stata scritta, abbiamo letto delle belle storie: le ultime storie sclaviane, i racconti di Medda, purtroppo poco presente in Dyd, abbiamo assistito alla nascita e alla crescita artistica di Paola Barbato, le cui trame fin troppo complesse e cervellotiche hanno dato nuova linfa alla serie e hanno fatto scattare il dubbio a chi pensava che Dylan Dog non avesse più nulla da dire; abbiamo assaggiato di cosa è capace Ruju leggendo le sperimentazioni metafumettistiche di "Dov'è finito Dylan Dog?" e "Macchie solari".
Il problema però rimane: Dylan Dog ha bisogno di nuovi sceneggiatori in grado di portare la loro cultura e la loro esperienza nella testata. Devono capire cosa manca nelle storie che leggono, riprorre in maniera originale e creativa l'elemento surreale, onirico, e perché no, anche horror. Quando nel 1986 fu pubblicato per la prima volta, l'horror andava per la maggiore. Sclavi aveva bisogno di un genere che potesse essere appetibile in cui poter mescolare le proprie idee, le angosce, il male di vivere. L'horror calzava alla perfezione: i mostri che aveva dentro divennero zombie, fantasmi, la Morte stessa divenne nemica di Dylan, così come la vita lo era di Sclavi. L'horror non è più di moda, e Dylan è molto influenzato dal cinema e dalla letteratura di genere.
Saper riportare a galla questi elementi sarebbe un'ottima prova di scrittore. D'altro canto gli sceneggiatori attuali non sfruttano le potenzialità narrative dei comprimari. Così Groucho si limita ad aprire la porta e spararci quattro o cinque battute nella pausa del tè, Madame Trelkovsky è quasi completamente assente, Lord Wells si vede sempre meno, anzichenò. Questo contribuisce a indebolire ulteriormente il tessuto narrativo delle storie. E non aggiungiamo la pessima caratterizzazione di cui soffrono i nemici di turno. Per fare una buona storia di avventura non era necessario un buon cattivo? Possiamo rimpiangere l'incredibile creatività di Sclavi e renderci conto che ciò che lui ha scritto non potremo più leggerlo a meno che non torni ad occuparsi di Dylan attivamente, ma l'universo che ha creato è sufficientemente solido per imbastire trame più complesse di quelle a cui siamo ormai abituati (Barbato esclusa che forse eccede nel senso opposto). Sclavi sapeva sfruttare ogni lato psicologico dei personaggi, sapeva rendere protagonista di una storia anche un semplice cane randagio.
Un altro punto a sfavore, su cui potete o meno essere d'accordo, è la scelta della Bonelli di togliere le short stories nel Dylandogone e il Grouchino come allegato allo speciale. Il Grouchino era un elemento di rottura nell'universo dylaniato, un momento di pausa per i lettori abituati alla solita routine che Dyd ci propinava in ogni numero: urla il campanello, la cliente giovane e bella entra e subisce le avance di Groucho, spiegazione del caso, dubbi di Dylan che alla fine accetta, inizio delle investigazioni, love story con la cliente, risoluzione del caso. Un canovaccio fin troppo sfruttato; e non sorprendiamoci se poi, nonostante una storia sia scritta bene, venga contestata perché Dylan fa sesso con la cliente o perché si comporta sempre in modo troppo prevedibile; e non sorprendiamoci che alcune
storie, come "Lo specchio dell'anima" o "La legge della giungla""Homo homini lupus", vengano apprezzate perché Dylan si comporta come mai avrebbe fatto in altre situazioni (nonostante che, in entrambi i casi, ci siano delle spiegazioni narrative per questi strani comportamenti). Non sorprendiamoci quindi, se molti stanno aspettando il 200 per decidere se abbandonare o meno la serie per poi investire i propri soldi in altri Bonelli o bonellidi (sempre più numerosi e destinati a crescere nei prossimi mesi). Questi elementi di rottura della routine, a cui aggiungo anche le short stories pubblicate nel gigante e recentemente riproposte nella collezione Superbook e nella pubblicazione I classici del fumetto di "Repubblica", sono necessari per dare un minimo senso di imprevedibilità al personaggio e alla serie.
Concludendo...
(Smettila di sognare, Groucho, andiamo via...)
Siamo alle soglie del 200, i detrattori di Dylan Dog hanno sbagliato, fortunatamente, così anche Dylan può tagliare questo importante traguardo. L'uscita di questo albo è un evento molto atteso dai fan. Come vuole la tradizione bonelliana, sarà interamente a colori, e i disegni di Bruno Brindisi sembrano promettere molto. "Il numero 200" ripercorrerà il passato da alcolista di Dylan Dog. Continuerà la storia interrotta nel numero 121 "Finché morte non vi separi" per fare luce sui motivi che hanno spinto Dyd a lasciare Scotland Yard e diventare l'Indagatore dell'incubo. Conosceremo il passato di Bloch, Groucho, Joly-Couer, il maestro Vitali... Insomma, ne vedremo delle belle a quanto pare! È scritto interamente da Paola Barbato. Così Sclavi, dopo averlo confermato in alcune interviste a "Repubblica", sembra sempre più deciso ad abbandonare Dylan e a passare il testimone alla brava sceneggiatrice de "Lo specchio dell'anima". In attesa che questo tuffo nel passato di Dylan sia seguìto da un tuffo nel futuro, vi saluto.
Dylaniatamente vostro
Freinkie
