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Quattro parole

marzo 2003

La crisi del fumetto: i nuovi luoghi comuni

di Federico Memola

Caro Giovanni,
prima di tutto vorrei sgomberare il campo da ogni equivoco: non ho intepretato il tuo pezzo sulla crisi del fumetto come un attacco alla mia categoria o, tanto meno, a me personalmente, né da parte mia sussiste alcun sentimento di rancore o intento polemico nei tuoi confronti.
Ti scrivo solamente perché nel tuo pezzo ho notato alcuni passaggi che non mi sono nuovi e che costituiscono, a mio giudizio, una visione distorta del mondo del fumetto. Non è mia intenzione rivelare alcuna verità, ma visto che, come tu stesso asserisci, nessun memebro dello staff di uBc lavora nell'ambiente del fumetto (altrimenti, addio "indipendenza"), eccoti il punto di vista di qualcuno che, pur essendo uno degli ultimi arrivati, rimane pur sempre un addetto ai lavori.

Qualcuno disse, una volta, che non c'è miglior modo per abbattere un luogo comune che crearne uno nuovo contrario. Ed è un po' quel che sta accadendo con il fumetto. La crisi c'è, possiamo discutere sulla sua entità, ma è palese ed è inutile negarlo. Le ragioni alla base di questa crisi, però, mi sembrano così numerose e così complesse che addossarne la responsabilità ad autori ed editori impigriti mi sembra tanto semplicistico quanto addossarla alla Playstation. Probabilmente la colpa è sia degli addetti al settore, che della Playstation che dei lettori, che di altri mille motivi, non ultimi Bush (il presidente americano, non il secondo del capitano Hornblower!), la paura della guerra, l'Euro, le stragi del Sabato sera e qualunque altra cosa che intervenga nella vita quotidiana. D'altronde, siamo realisti: attorno ai fumetti non girano cifre di denaro tali da stimolare sovvenzioni statali.
Quel che il fumetto si è guadagnato, lo ha fatto sempre e solamente contando sulle sue forze. Se poi guardiamo al passato, questa non è certo la prima crisi che il fumetto attraversa, e credo che non sarà nemmeno l'ultima. I meno giovani probabilmente ricorderanno i tempi bui a cavallo fra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, il periodo, tanto per intenderci, in cui la Bonelli infilò un fallimento dopo l'altro, indipendentemente dalla qualità del prodotto. Erano gli anni di Gil, Judas, Bella & Bronco, gli anni in cui chiusero La Storia del West e Akim… Un periodo, insomma, molto più buio di questo. Eppure in quegli anni venne fuori Martin Mystère, che -campando un po' a stento, proprio come alcune collane oggi- è diventato una pietra miliare del fumetto italiano. E poi uscì Dylan Dog, non solo considerato universalmente un capolavoro, ma un
fumetto in grado di risollevare da solo l'intero panorama fumettistico (abituando malissimo, questo lo ammetto, una certa editoria tipicamente italiota, che da allora rimane sempre in attesa dell'onda da seguire, invece di cercare di crearla). Questo perché gli autori di fumetti (almeno la maggior parte di quelli che conosco, poi non posso parlare per l'intera categoria), crisi o non crisi, svolgono il loro lavoro con una passione fuori del comune. certo, siamo tutti esseri umani, tutti possiamo essere piantati dalla moglie, soffrire un momento di stanchezza o desiderare di riposarci un po', ma la passione rimane dentro, e alla fine riemerge sempre. D'altronde, se avessimo voluto diventare ricchi, avremmo fatto certamente un altro lavoro. Solo gli idioti fanno fumetti credendo di arricchirsi.

Ma il il concetto che più sta diventando un luogo comune, di questi tempi, è quello secondo cui "una volta sì che erano belli, i fumetti, mica adesso".
Quando sento frasi come queste (testuali) o dai contenuti simili pronunciate da persone di sessant'anni o più, lo capisco, ma cominciare a sentirle dai trentenni... ammetto che mi fa venire un po' i brividi. Soprattutto perché chi le pronuncia spesso ha in mente i suoi eroi, quelli che seguiva lui da ragazzino e legati a certi ricordi, che saranno ben diversi da quelli degli altri. Qualcuno dirà che oggi non ci sono più i Raymond, i Barks, i Goscinny & Uderzo, i Charlier, gli Scarpa i Pazienza, i Pratt o i Magnus di una volta… verissimo. Oggi ci sono i Moore, i Tome & Janry, gli Enoch, gli Alberti, i Boselli, i Barbucci & Canepa… Il paragone non regge? Ne siamo sicuri? Ripensiamo in che considerazione erano tenuti, all'epoca, quegli autori (molti dei quali, vedi gli autori Disney, Barks per primo, senza nome) e aspettiamo di vedere, fra dieci o vent'anni, se non più, che cosa diranno degli autori di oggi. Perché è facile far pendere l'ago della bilancia a favore del passato, quando il confronto è fra un autore con un'intera "carriera" alle spalle e uno che è invece all'inizio della medesima. Tu dici che la qualità oggi latita, mentre le personaggi e autori di una volta si mostrano ancora freschi. Sono d'accordo sulla seconda parte (anche se il discorso vale solo per alcuni autori: per dieci passati alla Storia ce ne sono almeno novanta dimenticati), ma per quanto riguarda la prima, né tu, né io possiamo attualmente dimostrare di avere ragione. Solo il tempo ce lo dirà. Per il resto, ogni voce sulla morte del fumetto o dei suoi autori va considerata quanto meno prematura.

Con stima e amicizia,

Federico

PS: Se c'è una cosa che rimprovero a questa crisi del fumetto è proprio quella di mettere in difficoltà giovani talenti che altrimenti starebbero già lavorando per questa o quella casa editrice. Io vedo in questo momento un grandissimo fermento creativo, fra le autoproduzioni e i piccoli editori, che purtroppo spesso viene frustrato da immeritati insuccessi o da difficoltà prettamente economiche. Spero francamente che tutto questo talento non vada disperso.

PPS Non sono stato breve, lo so. Scusate.



Note

Federico Memola, autore di Jonathan Steele, scrive una lettera aperta a Giovanni Gentili, patron di uBC.

Gentili risponderà a questo pezzo in lista. Potete leggere la risposta direttamente nell'archivio della mailing list.

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