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Quattro parole

dicembre 2005

Lucca val bene una messa

di Paola Barbato

Paola Barbato

Parafrasando Enrico IV (ormai ho deliri di onnipotenza) vengo a raccontare in vergognoso ritardo com'è stata la mia Lucca. Un fiorire di novene. Almeno all'andata e al ritorno. Quattro ore secche di traffico, il doppio del solito. E per quanto la mia sporchissima macchina offra tutte le comodità, per una bresciana come me l'impazienza guidatoria è una caratteristica atavica. Ergo, scortata dall'amato bene (che si è giocato tutte le sue carte tranquillizzanti lungo il percorso), sono approdata a Lucca la notte precedente l'apertura della Fiera (sì, ho detto notte: ovviamente a Lucca ci siamo persi subito). Inevitabile quindi che il giorno dopo sia arrivata allo stand Bonelli con l'aria di una profuga. "In fondo -mi ero detta- sono impegnata solo oggi con la conferenza. I prossimi giorni possiamo anche fare qualche giro o non venire affatto…". MAI pensare una cosa simile. Dopo un breve pellegrinaggio per gli stand di amici e colleghi, salutando tutti quelli che mi sembrava di riconoscere (infatti ho baciato con entusiasmo anche alcuni perfetti estranei), accertata la presenza di Bruno Brindisi (l'uomo meno puntuale di questo universo e di tutti quelli paralleli) mi sono avviata col piglio del guerriero pronto al martirio nello spazio riservato alla conferenza. No, perché non è facile tenere una conferenza sul ventennale sapendo di non poter dire niente. Ma proprio niente niente. Ora: non che io non sia brava a parlare di niente, ma in primo luogo mi dispiaceva moltissimo lasciare a bocca asciutta delle persone che erano venute lì per sentirsi dire qualcosa e non solo inutili chiacchiere, e poi (perdonami, Bruno) ero terrorizzata da quello che avrebbe potuto svelare Brindisi, che è decisamente una mina vagante quando si tratta di anteprime. "Qualsiasi cosa tu dica, non dire niente!" gli ho ripetuto fino alla nausea. Con lui c'era il ragazzo che sta colorando gli albi, Nardo Conforti, una vera e propria forza della natura. Entusiasta, solare, ingenuo ma anche sfacciato come solo i napoletani sanno essere (ho assistito al suo primo incontro con Bonelli: "Ueh, dottò, ma cheppiacere!"). Almeno ci avrebbe fatto sorridere. La conferenza è stata durissima. Dopo le domande di rito c'è stato l'inevitabile equilibrio precario tra il dire e il non dire. Ho fatto felici tutti annunciando che l'idea base del ventennale è di Tiziano Sclavi, tornato a scrivere dopo qualche anno di riposo sabbatico, poi ho gettato mollichine di pane qui e là, ma so che su quanto è stato detto esiste già una precisissima relazione, quindi vado oltre. L'incontro coi lettori subito dopo la conferenza è stato strano. Forse perché ero fuori dalla tensostruttura, seduta su una seggiola a firmare gli albi con tutti questi ragazzi che mi circondavano nella speranza di carpirmi qualche piccolo segreto (qualcuno c'è pure riuscito).
la tavola firmataCi tengo a ricordare un fatto, forse trascurabile, ma sono le cose che alla fine ti danno la maggior soddisfazione in questo lavoro. Una ragazza con le orecchie da Dr. Spock (o da elfo, a seconda) mi ha chiesto di firmarle una pagina INTERNA di un mio albo, nella quale lei si è ritrovata. Ovviamente era una pagina triste (poteva essere altrimenti, visto che l'avevo scritta io?). Quando ho finito di firmare tutto e ho salutato tutti l'ho vista in un angolo con gli occhi lucidi che si rileggeva quella pagina. E allora (no, non è un colpo di scena, sono umana come tutti e non mi sto facendo bella) l'ho abbracciata e le ho detto che ci si abitua, dopo un po'. Che fa male ma si sopravvive. E' stato un momento bello. Insomma, non l'ho scritta per niente quella tavola. Del signor Bonelli, nonché del mio capo, Mauro Marcheselli, nessuna traccia o notizia. Imbottigliati anche loro nel traffico, come avremmo saputo più tardi. Anche se in fiera non sono riusciti a venire, era in programma una serata blues dedicata a Mr. No a cui diversi bonelliani e non sarebbero intervenuti. Dopo una cena con colleghi e amici (Stefano Casini e l'impagabile Riccardo De Marino, guardia giurata dello stand), affidato l'incontenibile Nardo alle cure del mio amato bene (che quando non doveva occuparsi di me faceva da balia a lui), ci siamo diretti al locale. C'erano quasi tutti, ma soprattutto c'era il sig. Bonelli. Io non ce la faccio a chiamarlo "Bonelli" e basta. Molti lo dipingono come un uomo d'affari, come un editore disincantato, come un tradizionalista convinto e molte altre cose. Io invece (sarà perché non ho mai avuto scontri con lui ne' rimproveri) l'ho sempre visto come un signore d'altri tempi, gentilissimo, affabile, molto divertente nei suoi racconti e soprattutto affettuoso. Non ho motivo di dire cose che non penso, lui non leggerà mai questo mio resoconto, ma davvero il Sergio Bonelli "uomo" non è come spesso viene dipinto. Quella sera era malinconico, stanco per il viaggio, eppure ha avuto una parola gentile per tutti, un saluto, una stretta di mano (e sì che eravamo parecchi). Si è conclusa così la prima giornata, sulle note di un gruppo dal vivo che suonava canzoni un po' tristi per la gioia di un signore che sta per chiudere una serie che è parte di lui. Inutile dire che siamo tornati in albergo stravolti. Il giorno dopo c'era il pranzo bonelliano, a cui eravamo tutti invitati. Quindi levataccia, ristrutturazione, partenza per la fiera, nuovo giro per gli stand a salutare chi non c'era il giorno prima e infine il breve viaggio alla volta del ristorante. Ho obbligato con la forza tutti gli amici che sono riuscita a raccattare a sedersi al tavolo con me. Il bello di questi pranzi è che si parla sempre e solo di lavoro, ma in una maniera assolutamente scanzonata, visto che siedono allo stesso tavolo autori di serie diverse. Qualcuno parte per voli pindarici davvero divertenti e alla fine la sensazione di "grande famiglia" non è per niente posticcia. Dopo il pranzo i primi saluti per chi partiva: Nicolino Mari, Bruno Brindisi con Nardo (disperazione dell'amato bene), Stefano Casini, Lucio Filippucci… Si torna in fiera con un po' di ansia: avevamo saputo durante il pranzo che Roberto Recchioni si era sentito male in autostrada venendo da Roma (ne ha scritto abbondantemente lui stesso). Così abbiamo aspettato finchè l'uomo-ombra di "John Doe" non è comparso al suo stand, un po' pallido, provato, emaciato… il guaio è che lui è SEMPRE così, non si riesce a distinguere quando sta bene o male!!! Rassicurati siamo tornati in hotel, certi che il giorno dopo sarebbe stato tutto in discesa… col cavolo! Sono finita a fare da giudice dei cosplayers horror! Cioè: mi ci hanno proprio costretta!!! Non ho niente contro i cosplayer, però… non sapevo chi erano i 9/10 dei personaggi!!! L'ultimo giorno, quello in cui in teoria siamo tornati in fiera come turisti, diluviava (fuori e DENTRO!!!). Il viaggio di ritorno sotto le cataratte del cielo spalancate (simpatico soprattutto durante quella mezz'ora passata FERMI dentro una galleria) è durato persino più dell'andata. Praticamente un inferno! Riassumendo: Lucca è forse la fiera-avvenimento più importante dell'anno, e io ci tornerò anche l'anno prossimo (pronta al massacro dopo l'uscita del ventennale). E' bello vedere così tanti colleghi e amici (uno per tutti: Simone Bianchi) insieme, sono belli i pranzi e le serate trascorsi a chiacchierare, ed è bello l'incontro coi lettori, sempre e comunque. Ma credetemi: la maratona di New York è nulla al confronto!



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