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Quattro parole

maggio 2005

Always on the run

di Alessandro Vicenzi

John Doe compie due anni. E lo fa concludendo la sua fuga, e con essa la prima "stagione" delle sue avventure. In attesa di vedere che cosa sarà il "nuovo" John Doe, tiriamo le fila di quanto accaduto finora nella serie che è stata, bene o male, una delle più interessanti uscite del panorama bonellide degli ultimi anni.

La prima cosa che salta all'occhio è che John non è un personaggio bonelliano, e che non fa nulla per sembrarlo. Quando investe un anziano pedone a pagina 10 del primo numero della serie dicendo "questo è il mio lavoro", si capisce che il panorama è diverso. E che panorama.
Entità immortali, l'Universo, il Tempo che è una bellissima ragazza ed è la quasi fidanzata del protagonista, un inizio che promette scintille: John abbandona tutto quello che ha, la sua vita da yuppie fuori tempo massimo, e le sue certezze per darsi alla fuga. È chiaro che è una situazione che non può durare per sempre, che prima o poi ci sarà un epilogo, che gli eventi si evolveranno fino a raggiungere una conclusione.
Il secondo numero inquieta molti, però, e fa affilare le lame ad alcuni: "non è che adesso ogni mese John Doe affronterà un immortale diverso, vincendo in modo sempre diverso?". Dubbio legittimo, in fondo. Ma John è in fuga.
Non può stare fermo in un posto, non può fare sempre le stesse cose, e i numeri successivi delineano sempre di più le sue particolarità, la sua ecletticità.
Succede di tutto, in questa prima serie di John Doe: ci sono storie esplosive e sopra le righe come "Gli avvoltoi hanno fame", e altre più misurate e tenui come "Morte di un piccolo dio" o "Tempo fuori sesto". John scende a patti con i suoi inseguitori, li beffa, usa gli altri, incassa la morte del suo amico Leonida, litiga con Tempo, rischia di fare collassare la coerenza temporale dell'universo, lotta accanto a una leggenda come Dago, utilizza uno strumento come la falce dell'Apocalisse, concepito per essere brandito dall'entità più potente.

E lui non è il solo ad agire: Morte e soci sono personaggi a tutto tondo, il cui ruolo nello svolgimento della storia è importante quanto quello del titolare della testata. La serie è anche il racconto dei loro tentativi di fare fronte alla perdita del loro miglior impiegato, quello che sembrava avere un talento naturale nell'organizzare la morte altrui, nel convincere gli altri a fare ciò che lui voleva. Autumn Jones, la sua sostituta, sembra in gamba, ma è chiaro che John è un'altra cosa.
E poi, John li ha messi in pericolo. Anche loro, che sono le quattro forze che dominano e distruggono l'esistenza umana, sono soggetti a poteri superiori, anche loro rischiano grosso: devono rendere conto alle "Alte Sfere", che ancora non hanno depenalizzato il falso in bilancio. In fondo, non sono che piccoli burocrati alle prese con un problema di fondi al quale ovviare con un pizzico di finanza creativa, con un piccolo inganno, come molti altri nel mondo. Il loro avere a che fare con gli umani li ha resi vulnerabili alle stesse passioni di questi, dall'amicizia alla passione per televisione e cinema.
Infatti, parlano tutti citando qualcosa, in John Doe, come nella vita reale. Quando Guerra si presenta sugli spalti del castello di Dago con l'armatura del cattivo di Highlander, sollevato dai suoi soldati in cima a uno scudo, la sensazione che sorrida perché sa a cosa sta facendo riferimento è fortissima: non è l'autore che cita il capo del villaggio di Asterix, ma è lo stesso personaggio a farlo, e si diverte un mucchio.

John Doe è una specie di piccolo meraviglioso bazar delle narrazioni più disparate. Utilizzando gli elementi dati dalla nostra cultura pop, Bartoli e Recchioni creano dei costrutti che vivono poi di vita propria. Non si tratta di plagio, beninteso, ma del normale corso del processo creativo. Si prendono idee che già circolano, e le si combinano tra di loro, limando e aggiustando, perché combacino nel miglior modo possibile, perché le giunture diventino invisibili. In John Doe la provenienza delle materie prime è quasi sempre ben chiara, ed è esplicitata nell'editoriale in terza di copertina dagli stessi autori. In linea con quanti sostengono che "le storie sono di tutti", i due creatori di John si divertono a giocare con i grandi miti e luoghi delle narrazioni in cui siamo immersi tutti i giorni, senza preoccuparsi di sembrare dei ladri, al punto che questa è una serie che riesce ad avere una freschezza sorprendente, tanto è naturale il modo in cui i vari elementi già dati si combinano tra di loro nel creare qualcosa di nuovo.

Dal punto di vista grafico, la decisione di ricorrere in larga parte a disegnatori esordienti si è rivelata un arma a doppio taglio: se in alcuni casi il risultato è più che promettente, e decisamente maturo (la Barletta, Gianfelice), in altri si penalizzano buone storie con disegni non all'altezza dei testi. In generale, però, John Doe mantiene un livello grafico più che accettabile, e caratterizzato anche da una certa coerenza, nella ricerca prevalentemente di autori dal tratto sintetico e dinamico. Quello che fa la differenza è però l'apporto alle copertine di Massimo Carnevale, che ogni mese sembra superare se stesso, non solo per il tratto, ma anche per la scelta delle situazioni, dei colori, delle tecniche e della composizione dell'immagine. Grazie a lui, il mondo di John si presenta ogni mese in edicola con il vestito della festa, sempre diverso e sempre affascinante (anche grazie alla scelta di titoli sempre interessanti e accattivanti), sintetizzato in una sola, potentissima, immagine.

Cosa ha dimostrato John Doe, in questi due anni? Sicuramente, ha messo in luce una via alternativa al fumetto in formato bonelliano, spiazzando non poco chi si era abituato ad associare a questo formato un contenuto più o meno definito. John si avvicina più ai comics americani, come modo di gestione della serie e tipo di personaggi, di quanto non assomigli a Dylan Dog o a Dampyr. Non è certo il primo fumetto a fare una cosa del genere (Jonathan Steele, per esempio, ha una struttura narrativa molto poco bonelliana, ancora più evidente adesso che ha lasciato la casa madre), ma il successo che ha avuto lo rende un caso decisamente visibile di mutamento, al pari del personaggio creato da Memola.
John Doe, specialmente in alcune storie di Recchioni, ha il sapore dei pastiche di fumettisti come Garth Ennis, o di scrittori come Joe Lansdale e il primo Ammaniti, capaci di frullare personaggi sopra le righe, umorismo nero, violenza, e tutto quello che la cultura pop offre a chi si voglia divertire a giocare con lei. Raccoglie il meglio delle eredità di una grande serie a fumetti come Sandman, nel suo volere creare un universo di entità potentissime e umanissime al tempo stesso, ma anche lo spirito dei romanzi di Terry Pratchett, come il gustosissimo Good Omens (mai tradotto in Italia), non a caso scritto con la collaborazione dello stesso Neil Gaiman.

Qualunque sia il futuro di John, e qualunque sia l'opinione che chiunque può avere sulle sue storie passate, una cosa va riconosciuta a questa serie: il coraggio di provarci, di non rimanere ferma, di cercare sempre nuove strade e nuove storie da raccontare. Senza doversi per forza rifare ai meccanismi e agli schemi del fumetto d'avventura o di investigazione, le storie di John Doe scorrono libere, possono prendere qualunque direzione, e persino permettersi di non presentare nemmeno una scena di azione. In questo modo, il formato ("bonelliano") si sgancia dal contenuto ("l'Avventura"), portando John Doe un po' più in là rispetto a una serie ugualmente innovativa come Jonathan Steele, che invece manteneva, seppur all'interno di un contesto e di una gestione della continuity moderni, gli schemi tipici dell'Avventura bonelliana.

Insomma, in questi due anni il nostro sosia di Tom Cruise dalle improbabili camicie optical ha portato un soffio di novità nel panorama del fumetto da edicola italiano di stampo bonelliano, allargando lo spettro di possibilità di lettura che il genere ci offre oggi. Se dell'esperienza fatta finora dal team di John Doe verrà fatto tesoro nella maniera corretta, il futuro (come il nuovo personaggio di Bartoli e Recchioni, per esempio) potrà regalarci interessanti sorprese.
Per ora, godiamoci quello che abbiamo visto, e aspettiamo che Carnevale porti finalmente a termine la sua storia (che si colloca tra il numero 12 e il 13 della serie), per scoprire l'ultimo tassello mancante degli eccitanti due anni on the road di John Doe.



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